Luretta. Il castello, il tempo e la voce della Malvasia

Dal silenzio del castello di Momeliano alle profondità di quattro annate di Malvasia aromatica di Candia: un viaggio tra storia, visione produttiva e sperimentazione, culminato nella masterclass “Le Malvasie di Luretta”, dove il tempo diventa linguaggio il vino di ogni annata racconta un capitolo diverso.

Lasciata la pianura nei pressi di Agazzano e Gazzola, la strada provinciale comincia a salire tra curve morbide, dove tra un tornante e l’altro si aprono scorci di filari ordinati. La carreggiata si restringe, il ritmo rallenta, e un’insegna marchiata Luretta indica la svolta a sinistra. È in quel momento che il castello appare: imponente, maestoso, con le sue torri e le pietre bianche che catturano la luce.

Le origini del maniero affondano nel periodo romano: la Tabula Alimentaria Traiana menziona infatti il fundus Mamuleianus, primo riferimento storico del luogo. Altre attestazioni compaiono nei primi del Cinquecento, nel manoscritto Delphili Somnium, dove una vicenda amorosa si intreccia a descrizioni e ambientazioni che rimandano proprio al castello.

Carla Asti – Proprietaria cantina Luretta

Verso la fine degli anni Ottanta, Carla Asti e Felice Salamini — appassionata di arte e letteratura — e il loro figlio Lucio impiantano qui le prime viti. È l’inizio di un rapporto di collaborazione con il proprietario del castello, il professor Giovanni Negri, che ha abitato queste mura per tutta la vita. Un legame che continua ancora oggi, intrecciando storia, famiglia e una visione produttiva che ha trovato in Momeliano il suo luogo naturale.

Nel castello il ritmo rallenta. Le cantine sono ricavate nella “pancia” della struttura, dove la pietra antica garantisce temperature costanti e un’umidità ideale. È un ambiente che sembra fatto apposta per custodire il tempo: qui riposano gli spumanti della casa, come Principessa a base Chardonnay, il Pas Dosé e On Attend les Invités abase Pinot Nero che trovano in queste sale silenziose la condizione perfetta per sviluppare freschezza, finezza ed eleganza. Un luogo che conserva, accompagna e affina: ogni bottiglia matura seguendo il ritmo lento del castello, assorbendo la sua quiete e restituendola poi nel bicchiere.

Lucio Salamini titolare Cantina Luretta e Giorgio Lambri giornalista presso Editoriale Libertà di Piacenza

Sabato 20 giugno sono stato invitato alla Masterclass “Le Malvasie di Luretta”, un appuntamento esclusivo dedicato alle molteplici espressioni della Malvasia aromatica di Candia. Una degustazione importante dai toni quasi informali che si è sviluppata seguendo i toni di una discussione tra amici, poi seguita da un lauto pranzo. Una giornata costruita come un percorso sensoriale e culturale, che ha permesso di esplorare questo vitigno attraverso varie  annate, che si sono rivelate diverse interpretazioni e scelte stilistiche differenti dettate dalle specificità e complessità di ogni singola annata.

Botti per metodo Solera

È stata una bella ed interessante esperienza che mi ha permesso di entrare nel cuore della visione aziendale: una visione che considera la Malvasia non solo un’uva, ma un linguaggio. Un linguaggio interpretato da Lucio con libertà, con rigore ferreo, e una curiosità costante verso ciò che ogni vendemmia può raccontare.

Il mondo Luretta è fatto di sperimentazione continua, di innovazione e di un rapporto con la tradizione che non è mai un vincolo, né un ostacolo. Al contrario: la tradizione diventa uno stimolo, un punto di partenza per cercare nuove strade, nuove letture delle uve, nuove possibilità espressive. Ogni annata è un invito a ripensare, a ricalibrare, a lasciarsi sorprendere.

Si è iniziato con quattro annate di Boccadirosa, è come previsto dai protocolli si è partiti dall’annata 2024, poi la 2018, la 2011 e infine la 2000. 

Alcune etichette degustate durante la masterclass

La 2024 un calice dalla veste ambrata, luminosa, che già al primo sguardo suggeriva complessità. Al naso si è mostrata opulenta, ma non immediata. Chiedeva tempo e osservazione. Timido, che non si concede al primo respiro. Era necessario saper aspettare e scrutarlo. Ad ogni giro di polso il profilo aromatico si apriva lentamente, rivelando un frutto croccante, note di miele di castagno, rosa, pesca gialla e sfumature più profonde che richiamavano la polpa matura.

In bocca la mineralità ha dato struttura e profondità, sostenendo un sorso ampio ma mai pesante. La chiusura, elegante e pulita, ha portato con sé un ricordo di lavanda e una lieve mandorla amara, capace di asciugare il palato e invogliare al sorso successivo.

La 2018 si presenta invece con un giallo paglierino brillante, attraversato da riflessi dorati. Al naso meno intensa, e meno concentrata, sembrava infine più immediata rispetto alla 2024: emergono fiori bianchi, frutta gialla, note di zest di agrume delicate, quasi da bergamotto. Osservando e girando il bicchiere per favorire l’ossigenazione compaiono erbe officinali e un accenno di pepe bianco, già percepibile ma ancora delicato.

In bocca il sorso è pieno e succoso, sostenuto da una freschezza viva e da una sapidità marcata. Il finale è lungo, con ritorni di note balsamiche con le caratteristiche delicate note ammandorlate. Una Malvasia gastronomica, precisa, equilibrata.

La 2011 di BoccadiRosa si presenta come una delle interpretazioni più sorprendenti della verticale: un vino che ha saputo attraversare il tempo con grazia, mantenendo intatta la sua identità aromatica. Nel calice sfoggia una veste di oro antico, luminosa e profonda, preludio a un’evoluzione misurata ma ancora vibrante.

Il profilo olfattivo è marcatamente floreale, ampio e fine, con richiami a fiori gialli, camomilla, petali essiccati e una lieve nota mielata che ne amplifica la morbidezza senza appesantirla.

Al sorso il vino sorprende per la sua verticalità: l’acidità, ancora tesa e ben presente, racconta una Malvasia aromatica di Candia capace di grande longevità, quando lavorata con attenzione e rispetto della materia prima. La struttura è snella ma non esile, sostenuta da una freschezza che attraversa il sorso fino alla chiusura, pulita e persistente.

Un tratto distintivo di questa annata è l’utilizzo di lieviti indigeni, scelta che aggiunge complessità e autenticità, restituendo un vino che parla la lingua del territorio e della cantina con assoluta sincerità.

La 2000 è il vino della memoria, della profondità, del tempo che ha scolpito ogni sfumatura. Nel calice appare con un oro antico, luminoso ma più compatto.

Il naso è sorprendentemente vivo:

  • pepe bianco (la firma dell’annata)
  • tè nero
  • camomilla essiccata
  • miele scuro
  • nocciola tostata
  • erbe balsamiche
  • un accenno di idrossido minerale, quasi da pietra focaia bagnata.

Il pepe bianco è la nota guida: elegante, sottile, mai invadente, capace di dare verticalità a un profilo aromatico altrimenti caldo e avvolgente.

In bocca il sorso è setoso, con una freschezza sorprendente per l’età. La struttura è ampia, ma non pesante: il vino scorre con una grazia lenta, quasi meditativa. Il finale è lunghissimo, con ritorni di spezie chiare, miele, erbe officinali e una mandorla dolce-amara che chiude con pulizia. 

Una Malvasia iconica, dove il tempo diventa, spezia.

Con le tre annate di Le Rane — 2020, 2016 e 2001 — la degustazione si è chiusa come un cerchio che attraversa quasi un quarto di secolo di storia.

La 2020 ha mostrato la vitalità giovane della Malvasia vendemmiata tardivamente: un frutto ancora croccante, una freschezza viva, una struttura che promette evoluzione e una luminosità aromatica che racconta il presente.

La 2016 ha portato il discorso più in profondità, con aromi che si sono fatti più caldi e avvolgenti: cera d’api, propoli, albicocca disidratata, erbe officinali. Una complessità che si apre lentamente, come un libro letto molte volte, rivelando strati di maturità e finezza.

Poi è arrivata la 2001, e il tempo ha cambiato voce. Il colore si è fatto più intenso, il naso più meditativo, attraversato da note di lavanda, miele scuro, fiori secchi e quella sfumatura di pepe bianco che emerge come una firma sottile, elegante, inconfondibile. 

Un’annata che non solo ha saputo attraversare il tempo, ma che è stata riconosciuta e premiata da Luigi Veronelli in persona, a conferma del suo valore e della sua capacità di interpretare la Malvasia con profondità e personalità.

Assaggiare queste tre annate significa capire che Le Rane non è solo un vino, ma un racconto in divenire. Ogni vendemmia aggiunge un capitolo, ogni bottiglia custodisce un tempo diverso, ogni sorso rivela un modo nuovo di interpretare la Malvasia aromatica di Candia.

Un ultimo assaggio che merita di essere sottolineato è il Nevermore 2011, ulteriore testimonianza della vocazione alla ricerca e alla sperimentazione che caratterizza la cantina: il desiderio di rispettare la tradizione senza rimanerne imbrigliati. Questa etichetta nasce infatti da una vinificazione ispirata al metodo solera, o metodo perpetuo, che permette di intrecciare annate diverse in un’unica, continua evoluzione.

Nel calice si presenta luminoso e brillante, con riflessi che virano verso l’ambrato e una consistenza importante, quasi materica. Al naso inebria con note di fichi secchi, albicocca disidratata, accenti eterei e richiami di erbe officinali che ne ampliano la profondità aromatica.

Il sorso è dolce ma mai stucchevole: la dolcezza è misurata, elegante, sostenuta da una freschezza che evita ogni pesantezza. La chiusura è lunga, avvolgente, con una nitida nota di miele di castagno che firma il finale con calore e precisione.

Un vino versatile, equilibrato ed elegante, capace di raccontare un modo diverso di interpretare il tempo e la materia, in perfetto dialogo con la filosofia della cantina.

È così che la degustazione si chiude: non con un punto, ma con una sospensione. Con la sensazione che questo vitigno, nelle mani di Luretta, abbia ancora molto da dire. E che il tempo, più che un fattore, sia un complice.